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Text Claudio Strinati
TEXT STRINATI :
19-09-1997
Prof Claudio Strinati


Carroll ha affrontato il Cantico delle Creature con semplicità degna di s. Francesco, senza la mania di voler rendere moderno e attuale un messaggio antico. Ma il messaggio francescano non è antico, perchè parla esclusivamente di cose che sono sempre presenti a noi stessi nel tragitto della vita . Quello che interessa a s. Francesco interessa a chiunque e interesserà sempre , visto e considerato che i suoi argomenti sono la vita e la morte.
Carroll ha percepito questo fatto e non ha inteso modernizzare s.Francesco. Ha fatto una opera di constatazione e raccontando visivamente il Cantico delle Creature ha raccontato quello che gli pare, senza fare opera di illustratore ma cogliendo veramente l’essenziale di quel testo celeberrimo, perchè basta riflettere per accostarsi sinceramente a s. Francesco.

Il nostro maestro ha una fomazione scientifica. È un fisico nucleare che ha cognizione circostanziale della materia . Ma non è solo questo. È uno scienziato sul serio che si interessa fondamentalmente all ‘idea della scoperta e vive nella dimensione della scoperta.
Qui si capisce un po’ meglio l’idea di lavorare su s.Francesco, Il Cantico delle Creature ricorda , per certi aspetti, l’itinerario della mente che esplora e indaga. Dicendo ogni volta “ Laudato sii” Francesco nomina tutte le cose e nominandole ne scopre i segni. Così il suo modo di viaggiare con le parole consiste nel nominare le cose .La sua poesia è una forma embrionale di scienza che vuole giustificare, in nome dell’ amore di Cristo, l’esistenza e la dignità del tutto. Carroll intravede il pellegrino del pensiero che è lui stesso e il Cantico delle Creature appare per quello che è e sempre resterà, un’ occasione.

Ora la logica e il buon senso vogliono che le occasioni vengano colte e così ha fatto il nostro artista. Ha trasformato i versi in tante contemplazioni, così che le immagini formano una preghiera laica, che abolisce a priori ogni attreggiamento retorico ed è ben logico perché san Francesco era santo e non lo sapeva. Nelle immagini di Carroll questa non consapevolezza è rimasta . Non perché Carroll non sappia quello che fa. Lo sa benissimo, ma la sua mente indagatrice accetta l’inevitabile risultato di ogni indagine spinta a fondo e che , cioè, nominando ogni cosa non per questo siamo più vicini alla verità.
Il fatto è che l’osservazione delle incisioni che Carroll ha prodotto in questa circostanza sembrano mostrare la faccia di un panteista, di uno spirito religioso e per nulla confessionale che scruta un reale minuto e minuzioso ma pensa in grande e in qualche modo, sogna e spera.
L’indagine visiva, che è sensibilissima e delicata, fa scoprire all’autore che si guarda sempre e soltanto da un ben preciso punto di vista e questo cambia in continuazione, non ci si sofferma da un unico angolo di osservazione .
Il principio è la scoperta, e qui riemerge lo scienziato che non si sente estraneo al dominio della poesia ma che , anzi, ci vive dentro. A questo non si deve rinunciare e l’artista assomiglia al pellegrino che cammina sulla via Francigena , puntando alla meta ma deviando sempre.
E impara ad aspettare l’inaspettato e scopre che proprio nell’ovvio si addensano i più reconditi significati.
Oggi si cerca il modo virtuale, ma una certa virtualità c’è anche nell’immaginazione francescana di Carroll. Il maestro legge i versi di Francesco e immediamente pensa ad altro e lo dichiara. Procede per analogie e suggestione e non fa nulla di diverso quando illustra la vita di s,Antonio di Padova. Quello che cerca ritorna ma muta aspetto.
Carroll lo spiega da solo. Non ha cercato di illustrare il Cantico delle Creature ma ha obbedito ai suoi impulsi. Così facendo ha dimenticato il problema dell’antico testo e del nuovo ma ha preso a camminare dietro gli insegnamenti del grande test.
I risultati sono notevoli.
Questo s. Francesco sembra incontrare Alice nel Paese delle meraviglie. Nella tavola di esordio il senso di animazione universale che penetra nell’intrico di una specie di foresta rende bene l’idea, veramente francescana, che bisogna guardare alla vita in sé che alberga ovunque e ovunque sale verso la luce. Nella tavola che reca le parole “ et ello è bello........” si scorge una tecnica fittissima che innerva di infiniti segni di luce e colore lo spazio attraverso e ripropone il grande tema del punto di vista da cui osservare.
E lo sviluppo è coerente e continuo fino alla tavola della luna e delle stelle in cui la metamorfosi della forma coincide con quella della materia e non si può né si deve distinguere la sensazione dell’animato da quella dell’ inanimato, che è il modo migliore possibile di restituire visivamente il senso della lezione francescana.
Domina su tutto l’immersione nella Natura come tema solenne e sovrano. Chi guarda è già dentro
lo spazio figurativo e percepisce questo essere presente come un monito morale, una impressione di pace, un significato conferito alla sembianza delle cose proprio mentre le si scopre evidenti e quotidiane.
Anche il dominio del colore è rimesso in discussione. Nella tavola delle lodi dell’acqua l’immagine tende al monocromo come se l’impulso a esaltare l’umiltà inducesse il maestro a ridurre la forza del segno e a diradarlo in una specie di remora della forma che ubbidisce allo stato d’animo.
Così le lodi della terra trascinano con sé il senso di una umana geometria, quelle del vento spingono letteralmente dentro la massa cromatica un alito che scompone sottilmente le immagini, mentre nella visione della morte si intravede l’eterno argomento del gorgo che attira dentro di sé fino a far perdere il senso stesso della percezione, un tema su cui si esercitarono gli antichi e che Carroll riprende con sensibilità e discrezione estreme.
Così il maestro ha composto un suo poema segreto, fatto di segno minutissimo e gracile e di potente respiro spaziale e cromatico.
Una elegia segreta che ha la forma esterna del racconto figurativo ma che cela una trama di introspezione così delicata da suggerire, a ogni ripresa del motivo, un senso di instabilità e di sottile inquietudine.
Dentro questo spazio di contemplazione pare di avvertire il ritorno di un medioevo fantastico , che rievoca il mondo degli illustratori romantici, ma privo ormai di una vera sostanza narrativa.
Questo non interessa più e Carroll è figlio del suo tempo in questa perdita del centro che fortifica e rassicura.
Carroll non è un artista che fa affermazioni perentorie ma è intimamente forte nell’ immagine che , in definitiva, promana dalla sua singolare attenzione portata fin quasi all’ impercettibile.
Come fu per tanti nel passato così è oggi per lui. Il suo confronto con i dati di fede non è esercizio di retorica ma un’ occasione di pensiero visivo. Dal suo angolo di visuale l’insigne artista rivela con sincerità il senso delle sue scoperte.

Viste tutte insieme le immagini del Cantico delle Creature quasi si sovrappongono in un flusso che cambia di continuo ma mantiene saldo il tema di referimento, in un procedimento che ha singolari analogie con la tecnica musicale della variazione. Alla fine l’impressione è che questa attitudine di Carroll sia una attitudine felice, come se il senso ultimo della sua opera fosse quello dell’ approdo nel porto sicuro dove l’inquetudine e il rasserenamento convivono in equilibrio instabile e pure raggiunto.
Il luogo dove finalmente si può sostare e riposare. Non per questo una visione assolutamente ottimistica ma un atto di fede nell’ arte, per cui il confronto tra il nobilissimo testo francescano e le altrettanto nobili visioni del maestro acquista sostanza autentica e si rintraccia ancora una volta quella matrice razionalistica e lucida che pare promanare dalla formazione di scienziato di Carroll.Lo scienziato che predilige il momento della grande scoperta, tale da aprire nuovi orizzonti al pensiero e alla conoscenza, crede fermamente in ciò che ha trovato e così
l’ artista dimostra, con immediata evidenza, ciò che altrettanto fermamente sa essere vero e certo.

Claudio Strinati

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